
Martedì 25 novembre 2025 – ore 18:00
Conservatorio F. Vittadini, via Volta 31 – Pavia
Francesco Lotoro, studioso di musica concentrazionaria e pianista
Juhyeon Lee, soprano
Yonghyun Kim, baritono
Francesco Lotoro, pianoforte
Nel corso dell’incontro saranno eseguiti alcuni esempi musicali tratti da brani di:
Carlo S. Taube, Johanna Lichtenberg Spector, Henrik Leszczyński, David Grünfeld, Józef Kropiński
Ingresso libero con prenotazione all’indirizzo mail prenotazioni.vittadini@conspv.it
Gli incontri sono realizzati in collaborazione con:
Conservatorio “G. Verdi” di Como
Università degli Studi dell’Insubria di Varese
Centro Internazionale Insubrico Carlo Cattaneo e Giulio Preti di Varese
Liceo musicale A. Manzoni di Varese
Conservatorio”F. Vittadini” di Pavia
Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria (ILMC)
Vorrei fornire una diversa lettura degli eventi più drammatici del Novecento; meno politica ma ugualmente storica, comprovabile nelle sue fonti, umanistica.
Senza dimenticare per un attimo la tragedia di 26 milioni di civili morti in Europa (dei quali circa 7 milioni di ebrei), provo a immaginare Ghetti, Lager e Gulag come grandi centrali idroelettriche di intelletto e cuore, laboratori di un nuovo Uomo vitruviano.
Intendo recuperare una visione del Bello proveniente dai siti paleolitici della Storia moderna ossia i Campi aperti dal 1933 al 1953; trattasi della Letteratura musicale concentrazionaria ossia creata in Campi di prigionia, transito, internamento civile, lavori forzati, concentramento, sterminio, penitenziari, Ghetti, War Relocation Centers in territorio statunitense, POW Camps, Stalag, Oflag e Gulag aperti in Europa, USA, Canada, colonie sudamericane, Africa, ex Unione Sovietica, Asia e Oceania dal 1933 (apertura del KL Dachau) al 1953 (morte di Stalin) da musicisti di qualsiasi estrazione artistica provenienti da ogni contesto nazionale, sociale e religioso che abbiano subìto limitazioni o perdita della libertà individuale, persecuzioni, ingiusta detenzione, discriminazioni su basi pseudo-razziali o ideologiche o sociali o sessuali o riguardanti disabilità fisiche e che siano stati deportati, uccisi o che siano sopravvissuti.
In altre parole, musica creata in condizioni di privazione dei diritti fondamentali dell’uomo.
Stiamo riordinando ogni tassello completando pentagrammi, ricucendo siti di cattività a luoghi d’origine, pazientemente incastrando frammenti come fossero Rotoli di Qumran.
“Ciò che conta non è il sangue che affluisce al cuore ma il suo battito” disse Lőw Immánuel, rabbino capo di Szeged destinato a Birkenau (rilasciato a Budapest, morì in ospedale nel luglio 1944).
Ogni organismo di cui è permeata l’esistenza vive grazie al ritmo con il quale pulsa. Stiamo restituendo alle future generazioni non già qualche pagina colma di note e pause ma un’intera Letteratura musicale; è una missione che spetta a braccia e cervelli di uomini dotati di ferrea volontà, assoluta determinazione e viscerale fiducia in un mondo migliore. Chi ha prodotto musica in prigionia e deportazione non pensava affatto di incantare l’uditorio con una Sonata per violino ma stendeva con polso fermo il Testamento del Novecento e, per il bene e lo sviluppo del genere umano, posava la pietra angolare di futuri edifici del pensiero.
L’immenso patrimonio letterario, musicale e teatrale che ci proviene da Ghetti, Lager e Gulag ci obbliga a una nuova, profonda rivoluzione copernicana; non riscriveremo più il passato ma il futuro. Questa musica non ha attraversato decenni di oblio per fermarsi agli ultimi passi né è uscita dal freezer della Storia per marcire ineseguita e mai pubblicata in moderni scaffali di archivi e musei.
Come ebreo, italiano ed europeo ma innanzitutto come musicista, credo nell’uomo; questa musica non è di un altro mondo ma è il canto della Terra, ci appartiene. Citando il pianista e direttore d’orchestra statunitense Murray David Perahia, “i musicisti non solo compongono ma pensano; a me interessa il pensiero che si cela dietro la musica”; siamo alla ricerca dell’idea che brilla in filigrana dietro ogni frase musicale prodotta in deportazione.
Un giorno, parlando di Auschwitz, parleremo di musica; soltanto allora avremo liberato Auschwitz. Nel periodo più tragico della Storia del sec. XX il genere umano avviò i meccanismi più evoluti della conservazione del pensiero scatenando una esplosione di creatività.
La musica rimetteva in circolazione energie ibernate, restaurava architetture dell’anima, fungeva da strategia individuale e collettiva di resistenza tramite la Bellezza, produceva cibo mentale e spirituale non meno indispensabile del cibo fisico, creava connessioni tra uomini e temporalità. L’immenso patrimonio letterario, musicale e teatrale che ci proviene da Ghetti, Lager e Gulag ci obbliga a una nuova, profonda rivoluzione copernicana; non riscriveremo più il passato ma il futuro